Torna al sito
Newsletter Studio il Granello

5x1000

inside
…quella volta che ho deciso
di lasciare il lavoro
e di partire volontaria
per un anno in Albania...

TittiLo scorso 3 ottobre la nostra collega Caterina Bondavalli (conosciuta universalmente come Titti) ha intrapreso un’avventura davvero straordinaria partendo per un piccolo paese nel nord dell’Albania.
Caterina raccontaci un po’ dove ti trovi esattamente mentre rispondi alla nostra e-mail?
Dunque, dunque, è martedì 26 febbraio e sono le 21.30 e dopo aver sistemato un po’ la cucina e gli elenchi del catechismo fatto oggi pomeriggio, ho acceso il computer e mi sono messa a scrivere. Mi trovo vicino alla stufa a legna sperando di scaldarmi un po’. In casa c’è silenzio perché il don è ammalato ed è andato a letto e l’unico rumore che sento è il ticchettio dell’orologio e un cane che non smette di abbaiare.
La tecnologia è da tempo tuo pane quotidiano (il lavoro in uno studio di comunicazione la dice lunga). Lì ci immaginiamo un cambiamento marcato sotto il profilo delle nuove tecnologie. Giusto? Raccontaci un po’ di questo tornare all’antica: TV, Internet, Social Network…
Dove vivo io, a Gomsiqe (piccolo villaggio con circa una trentina di famiglie), già telefonare con il cellulare è un numero da circo. Le reti telefoniche qui da casa nostra sembra proprio che non vogliano arrivare: per telefonare occorre anzitutto usare il viva-voce perché anche un minimo spostamento del telefono fa cadere la linea e poi ci sono solo alcuni posti “strategici” dai quali è possibile telefonare (alla finestra, sopra l’armadio, in bagno…). Potete immaginare Internet: qua non esiste per niente! Qua in casa non abbiamo la TV (è una scelta fatta tempo fa dalla missione), ma comunque anche per riuscire a vedere la televisione occorrerebbe avere un’antenna parabolica.
Per sapere qualcosa di quello che succede nel mondo, per riuscire a scaricare la mail, per telefonare senza acrobazie ci dobbiamo spostare a Vau-Dejes, che è il paese più grosso a circa 20 minuti in macchina (10 di strada sterrata e 10 di asfalto). Di sicuro è un bel salto per me che stavo tutto il giorno davanti ad un computer sapendo le notizie praticamente in diretta…ora devo aspettare o addirittura accettare di non sapere e ogni tanto si fa fatica, soprattutto perché quando uno è lontano da casa vorrebbe sapere sempre tutto quello che succede (almeno per me è così). Ogni tanto si rimane un po’ ignoranti “sulle cose del mondo” perché magari per 10 giorni non si riesce ad andare su Internet e questo un po’ mi dispiace. È un buon allenamento a non sentirsi indispensabili e autonomi su tutto e si impara un po’ a chiedere, ad informarsi, a fidarsi di quello che gli altri ti raccontano.
Alla sera spesso la nostra televisione diventano o i film guardati sul pc oppure la stufa a legna: tutti intorno a chiacchierare e a guardarla!
Un incontro in particolare che credi valga la pena di raccontare (oppure una situazione simpatica)
Un incontro decisamente particolare e che in Italia ormai non si fa più sono gli animali liberi lungo la strada. Quindi può capitare di fare una curva con la macchina e trovarsi in mezzo ad un gregge di pecore, o di capre, a cinque mucche che tranquillamente occupano la strada, a qualche asino che bellamente fa la sua passeggiata. Oppure dover cacciare, rincorrendoli i maiali che entrano nel nostro cortile, una volta è entrata una mucca e vi dico che non è poi così facile farle cambiare idea.
Una situazione “simpatica” nella quale mi sono trovata più di una volta e che riguarda direttamente me è che vedendomi scrivere con la mano sinistra (sono mancina e ne sono orgogliosa!) mi è stato chiesto se sono malata. Io rispondevo di no ma le donne più anziane mi guardavano e accarezzavano quasi a compatirmi. Qua è considerata una malformazione, una malattia usare la mano sinistra. Questo un po’ per farci capire come la cultura sia ancora un po’ indietro.
Due parole sul nostro paese visto dal paese delle aquile. Che idea hanno le persone che incontri dell’Italia?
L’Italia per molti è il paese (insieme a Germania e Grecia) in cui andare per trovare lavoro, per andare a stare bene. Nonostante anche in Italia sia grosso il problema del lavoro la gente pensa comunque che in Italia ci sia più possibilità che in Albania. Qua l’emigrazione è molto “normale”, quasi tutte le famiglie hanno dei famigliari all’estero.
Poi quando ti chiedono “da dove vieni?” e tu rispondi “dall’Italia!” associano subito alcune cose: Berlusconi e il calcio con Juve, Milan e Inter (tutto il mondo è paese).
Un piatto albanese che hai trovato di tuo gusto?
Molti piatti “particolari” albanesi sono di origine turca (a motivo del dominio ottomano al quale gli albanesi sono stati sottomessi). Non hanno una gran cucina a dire il vero… A me piace molto il BYREK che non è altro che una pasta (tipo pasta sfoglia) farcita in diversi modi: con cipolla, con carne, con yogurt, con spinaci, con zucca e tanti altri modi. Il byrek tante brave signore lo fanno in casa, ma andando in giro in città si trovano gabbiotti o piccoli negozi che lo vendono ed è abbastanza normale prendere e mangiarsi un pezzo di byrek mentre si è fuori.
Una tua giornata tipo, se esiste una giornata tipo.
Le giornate sono tutte un po’ diverse però provo un po’ a raccontarvi qualcosa. Ci alziamo normalmente alle 6.30 e cominciamo la giornata con la preghiera e la Messa. Poi nella mattinata o andiamo a visitare qualche malato, o si va a Scutari per delle commissioni, o si fanno un po’ di lavori in casa, o si va a lezione di albanese, o si prepara il catechismo, o si prepara il pranzo, o… Poi nel pomeriggio o c’è oratorio, o c’è catechismo, o si va a Vau-Dejes per fare la spesa… Poi prima di cena preghiamo insieme con il Vespro e dopo cena se non ci sono incontri da preparare guardiamo un film, giochiamo a carte, facciamo cruciverba, leggiamo, chiacchieriamo.
I week-end hanno una storia a parte perché sono caratterizzati dalle celebrazioni nei villaggi (2 il sabato e 3 alla domenica, a rotazione ogni villaggio ha la Messa ogni quindici giorni), sono giornate molto intense anche perché si macinano diversi chilometri perché i nostri villaggi sono abbastanza distanti tra loro e raggiungibili da strade non asfaltate.
Insomma come avrete intuito la giornata tipo non esiste!
Che futuro pensi per la gente d’Albania?

Ci sono piccole situazioni che fanno sperare bene, di persone che hanno voglia di fare: penso a un ragazzo di Gomsiqe che ha messo su una stalla con dei maiali e in Italia (da clandestino) ha imparato a macellarli e adesso ha un negozio, penso a una donna di Scutari che fa la maestra e lo fa seriamente, ama il suo lavoro e i suoi studenti e crede nel valore dell’istruzione e non accetta denaro per promuovere uno studente, penso ad alcune ragazze provenienti dai villaggi della montagna che hanno la fortuna di poter studiare a Scutari e vivere in un convitto di suore a tutti i loro progetti per lo studio, per il lavoro, per la voglia di fare qualcosa per gli altri. Ma ce ne sono tante altre che invece non danno tanta speranza. I giovani appena possono lasciano i piccoli villaggi di montagna per andare nelle città più grandi, per avere un lavoro e guadagnare qualcosa. Quello albanese è un popolo che ha sofferto molto e da sempre si è trovato sottomesso ad altri, negli ultimi 20 anni ha scoperto cosa vuol dire non avere più un padrone e provare ad essere libero, ma dopo tanta sottomissione è difficile gestirsi la libertà. Anche qui ci sono quelli che si sono fatti i soldi e sono ricchissimi e quelli che non riescono neanche a mangiare 2 volte al giorno e magari abitano uno di fianco all’altro. La cultura qua nei villaggi è ancora molto indietro, potrebbe assomigliare all’Italia negli anni 40: istruzione scarsa, le famiglie hanno qualche mucca, o maiale, o pecora, o galline per il proprio sostentamento, pochi hanno un lavoro che non sia legato alla terra o all’allevamento, le donne sono più lavoratrici rispetto agli uomini e sostengono nel vero senso della parola la famiglia. Questo è quello che vedo qua al nord e in questi piccoli villaggi, sicuramente le grandi città come Tirana, Valona, Durazzo sono molto più europee. La stessa Scutari, dove vado spesso, pur essendo al nord è già un po’ più moderna sotto vari aspetti culturali (donne, istruzione, strade).
Mirupafshim! (arrivederci!)

 
 

new
Verdi PassioniComunicare eventi…
che passione!!!

Grande successo di pubblico e di immagine per Verdi Passioni, la prima kermesse del gardening organizzata da ModenaFiere che si è svolta nel week-end del 9-10 marzo scorso, la cui campagna di comunicazione è stata firmata da Studio il Granello.
Già con Artigiana Italiana, Curiosa in fiera e Io creo in fiera l’ente fieristico modenese si era avvalso dei servizi di Studio il Granello apprezzandone la competenza e la capacità creativa. In particolare, l’A.D. Paolo Fantuzzi ha considerato estremamente positivo “l’aver trovato in Studio il Granello un fornitore flessibile e propositivo in grado di offrire articolate strategie di comunicazione, capacità tecniche ed una inesauribile vena creativa”.
Tornando a Verdi Passioni, Studio il Granello ha curato il concept creativo, ha definito con il cliente il progetto di comunicazione integrata, interfacciando fra loro strumenti commerciali (brochure, contratti, modulistica e presentazione digitale); strumenti per la comunicazione diretta (mailing, flyer, riduzioni, newsletter); strumenti per la comunicazione indiretta (sito web, affissioni, annunci pubblicitari su quotidiani, magazine e banner) e strumenti tecnici per la fiera (pass, guida alla manifestazione, biglietti di ingresso). Insomma un servizio qualificato che ha garantito al cliente l’opportunità di avere un unico referente per tutta la campagna.


insight
Vera flessibilità
sul posto di lavoro,

ciò che ancora manca all'impresa

Verdi PassioniSul telelavoro dietrofront di Yahoo! Sul telelavoro dietrofront di Yahoo!
Negli Stati Uniti ha già provocato una mezza rivolta. La decisione della nuova amministratrice delegata di Yahoo! di cancellare da giugno il telelavoro per alcune centinaia di dipendenti, appare infatti come la somma di una serie di contraddizioni stridenti.
La scelta infatti avviene nella nazione che più ha scommesso sulla diffusione dell’information technology e a compierla è uno dei colossi di internet, che ha dunque inscritto nel proprio Dna l’operare a distanza tramite la rete informatica. Più di tutto, però, ha colpito l’immaginario collettivo il fatto che a determinare la svolta sia stata una donna. E non una qualsiasi: la giovane Marissa Mayer, assunta nel luglio 2012, quand’era incinta. Allora i commenti salutarono l’evento come l’esempio (finalmente) di una valorizzazione delle capacità professionali femminili, la fine del pregiudizio sulla maternità come freno. Che ora sia proprio una "giovane mamma" a far compiere un passo indietro nella flessibilità del lavoro – utilizzata in gran parte, anche se non solo, proprio dalle donne con figli – appare come un tradimento.
In realtà, le motivazioni addotte per la brusca sterzata, per quanto discutibili, non sono campate per aria. Nella circolare della direzione del personale di Yahoo!, infatti, si spiega che «per collaborare bene bisogna lavorare fianco a fianco. Operare da casa significa perdere molto in qualità e rapidità di esecuzione...».
Soprattutto, «le idee migliori a volte vengono nei contatti e nelle conversazioni casuali in un corridoio o a mensa». In realtà, non mancano i modi per migliorare la produttività anche dei telelavoratori, ma è innegabile che un luogo di lavoro, un’impresa, funziona davvero solo se è una "comunità". Nella quale i diversi attori, riconoscendosi impegnati in una missione comune, interagiscono frequentemente e intensamente. E così pure, se si guarda all'altra faccia della medaglia, il telelavoro che ha molti vantaggi per la vita familiare, di risparmio sui costi di trasporto e perfino di salvaguardia ambientale, può determinare altresì forme di isolamento e di ghettizzazione per alcuni lavoratori. Non sappiamo se la scelta di Yahoo! sarà un azzeramento totale del telelavoro o solo una riorganizzazione, prevedendo alcuni giorni in azienda e altri di lavoro a distanza. Ma ciò che colpisce è il procedere delle aziende sempre per schemi rigidi, senza riuscire ad essere esse stesse flessibili, così come invece viene sempre di più richiesto al personale.
La globalizzazione, la terza rivoluzione industriale, l’incredibile progresso informatico hanno sconvolto e continuano a ridisegnare i modelli di produzione, di vendita e di consumo in tutto il mondo. Solo l’organizzazione del lavoro è rimasta ancorata ai modelli del secolo scorso. Si produce just in time, si vende online da un capo all’altro del mondo, si creano multinazionali tascabili e smontabili, ma non si riesce a immaginare nulla di diverso per i dipendenti che far loro timbrare il cartellino e stare dietro una scrivania dalle 8,30 alle 17,30. Lavorare per progetti, a distanza e non; operare con part-time orizzontali o verticali, più semplicemente con orari elastici e un’alternanza tra presenza e lavoro a distanza appaiono ancora come chimere. Eppure, basterebbe poco: un pizzico di flessibilità e un po’ di ragionevolezza anche da parte dei datori di lavoro. Si lavora di più e meglio se si può conciliare vita familiare e professione. Senza dover rinunciare all’una o all’altra, né a stare più tempo con i figli (o semplicemente da soli) né a confrontarsi con i colleghi in ufficio. La misura è la persona e il suo desiderio di vivere tutte le esperienze e i rapporti sociali. È solo una questione di equilibrio. Si potrebbe provare a digitare la parola su un motore di ricerca...
Francesco Riccardi (Avvenire, 26 febbraio 2013)

 

 

 

Newsletter 1-2011
Newsletter 1-2011
Newsletter 2-2011
Newsletter 2-2011
Newsletter 3-2011
Newsletter 3-2011
Newsletter 4-2012
Newsletter 4-2012
Newsletter 5-2012
Newsletter 5-2012