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In questi tempi in cui sta tornando prepotentemente fra i pensieri di tanti la questione del lavoro come primario mezzo di sussistenza e come giusta collocazione nella propria comunità, intendiamo dare risalto ad una bella realtà di lavoro che abbiamo avuto modo di incontrare ultimamente. Si tratta del Consorzio Sociale calabrese Goel, distante da noi fisicamente ma che nei fatti e nei propositi abbiamo sentito molto vicino.
 

Tratto da relazione “UN’ALLEANZA PER LA LEGALITA’, Nord-Sud insieme per cambiare”, dott. Vincenzo Linarello, Villa Elena, Affi (Verona). 3 ottobre 2009.

(…)Bisogna avere la capacità e la forza di fare ciò che diciamo e di dire ciò che facciamo. La nostra è una piccola esperienza. Tantissimi fanno cose migliori delle nostre e dicono cose migliori delle nostre.
Quello che forse ci ha dato un po’ più di autorevolezza è l’aver unito le due cose: aver cercato di fare ciò che diciamo -quindi dando consequenzialità pratica e operativa alle parole – e, nello stesso tempo, aver dato senso a ciò che facciamo. Pensiamo all’inflazione delle parole nei media, nel mondo della comunicazione, dove le parole inseguono se stesse, dove le prime pagine dei giornali non danno notizie dei fatti, ma di ciò che si dice dei fatti: “uno ha detto”, “l’altro ha risposto”, “l’altro ancora ha aggiunto”. Sono le “parole dette”, lo “scontro delle parole” il centro della notizia, non il mondo reale. Poi abbiamo il mondo della concretezza: dell’impresa, della tecnologia, di fatti concreti che snobbano le parole e che vanno per conto proprio.
Abbiamo bisogno in quest’epoca di fare “corto circuito” fra questi due universi: dobbiamo riportare le parole ai fatti, perché le parole possano giudicare e guidare i fatti – le parole debbono guidare i fatti -, perché i fatti hanno bisogno delle parole al fine di produrre senso e significato. Dico questo perché ha molto a che fare con l’argomento che affronteremo.
Parto da una serie di “fatti”, da una storia rivisitata però da una riflessione continua, perché, fin dall’inizio, con mons. Bregantini, abbiamo usato questo metodo: porre dei segni concreti, parlare di quei segni e, a partire da essi, analizzare, discutere, tentare a nostro modo di fare cultura. Il Consorzio Goel non nasce da un’esigenza esclusivamente sociale e nemmeno dall’esigenza di andare contro la mafia; Goel nasce da un’esigenza pastorale.
Quando mons. Bregantini venne nella nostra diocesi si trovò di fronte un popolo con il 75% di disoccupazione giovanile e un tasso di violenza tra i più alti d’Europa. Di fronte a questa situazione, un Pastore si pone il problema serio di come annunciare l’amore di Dio ai giovani disoccupati e alla gente vittima di “violenza”.

Come ogni luogo di lavoro, anche la nostra sede è prima di tutto uno spazio dove ogni giorno si fatica e dove ognuno cerca di dare il meglio di sé. A fianco di questo però ci fa piacere constatare che talvolta lo studio divenga anche un luogo di incontro, occasione di confronto e di crescita. Proprio in questa dimensione si colloca la graditissima visita di Vincenzo Linarello, presidente del Consorzio Goel, che approfittando di una sua partecipazione ad un evento in terra reggiana, ci ha onorato con la sua presenza. Quanto allo spessore dell’esperienza di lavoro portata avanti da Goel crediamo possa essere colto già leggendo le righe che seguono nello spazio Insight, circa l’incontro con la persona di Vincenzo Linarello ci preme dare risalto alle parole con cui ci ha salutati, parole in grado di racchiudere magnificamente ardite speranze e fatiche quotidiane: "il mondo non lo si cambia nel tempo libero”. L’incontro ci ha portato ad approfondire tematiche legate alle infiltrazioni del crimine organizzato nelle dinamiche di lavoro, anche vicino a noi. Tale impegno ha fatto si che fosse affidata al nostro studio la realizzazione del logo e del layout grafico di “Alleanza Reggiana per una società senza mafie”, l’iniziativa volta alla firma di un patto civile fra i più importanti soggetti della vita economico-sociale reggiana che si terrà a Reggio Emilia il prossimo 5 novembre.
 
L’ormai stabile collaborazione con il fotografo Fabio Fantini permette al nostro studio di far giungere ai propri clienti una nuova offerta in vista delle ormai prossime festività natalizie.
Si tratta di un’offerta articolata secondo differenti modalità che intende promuovere l’immagine della propria realtà di lavoro nel periodo dell’anno in cui si ha l’occasione di dare spazio e risalto agli aspetti di comunicazione e di relazione personale e societaria.
A nostro avviso un modo elegante ed efficace di combinare la promozione aziendale con i tradizionali e dovuti auguri per le festività.
Per saperne di più,
ecco a voi...
SPECIAL CHRISTMAS!
(in allegato i dettagli...)
Allora la prima grande conseguenza di quell’annuncio, per noi, fu quella di occuparci della mancanza di lavoro, della disoccupazione. Lo vedemmo come un nodo chiave e strategico su cui la mafia è proliferata. Tentammo dunque di mettere in atto esperienze di lavoro attraverso le cooperative, perché il lavoro non c’era e bisognava inventarselo. Iniziammo a dire ai giovani di mettersi insieme, di avviare una cooperativa. La cosa non fu assolutamente facile: la nostra gente vive praticamente come se le parole fossero consumate, come se non servissero più, dopo secoli e decenni di oppressione, sudditanza, illusioni “stratificate”, sistematicamente seguite da disillusioni e delusioni. A quel tempo potevi dire alla gente: “Forza, c’è la possibilità di cambiare!” ma non ti credeva. Capimmo che bisognava dirlo con i fatti, prima ancora che con le parole. E’ stato quello il momento in cui percepimmo il ruolo centrale della Speranza: non c’è infatti possibilità di cambiare, senza prima mettere in moto la Speranza, ma la Speranza si mette in moto attraverso la testimonianza, attraverso gesti concreti, attraverso la capacità di mostrare e dimostrare. Avviammo così: una cooperativa nella Vallata tra Platì e S. Luca, dove lavoravano anche ex-detenuti e i loro familiari; un’altra cooperativa in un comune interno, costituita da sole donne, che inizialmente non vennero prese molto sul serio in paese; come Diocesi demmo loro come sede e laboratorio di confezioni una chiesa inutilizzata; un’altra cooperativa fu costituita a Gioiosa Jonica, ove persone con handicap lavoravano nel settore artigianale e di servizi legati ad internet. Esperienze impossibili, quasi paradossali in un mare di disoccupazione come quello: ex-detenuti, donne, persone con handicap. Queste esperienze però si avviarono e divennero interessantissime. La cooperativa degli ex-detenuti si realizzò; le donne riuscirono a produrre lavoro per sé e – addirittura – assunsero qualche uomo; la cooperativa con persone con handicap diventò l’impresa numero uno come numero di occupati nel proprio comune.
Cominciammo allora a sbandierare ai quattro venti quelle esperienze. E nella testa delle persone nacque un ragionamento, magari non troppo elegante, ma di sicura efficacia. La gente iniziò a pensare: “Ma vuoi vedere che se ce la fanno gli ex-detenuti, le donne, i portatori di handicap, forse ce la posso fare anch’io??!”. Si mise allora in moto un meccanismo a catena in cui la gente credette possibile tutto ciò, trovando la forza di sperare, di credere ancora in un cambiamento. In quella situazione nacquero altre imprese. Dopo dieci anni, abbiamo stimato sia passato dal nostro “Crea lavoro” (il progetto per accompagnare i giovani nella creazione dell’impresa) l’avvio di almeno un migliaio di persone nella Locride: territorio composto da 42 comuni, circa 150.000 abitanti, sul versante jonico della provincia di Reggio Calabria.
Oggi pensiamo che l’impresa deve essere comunitaria, partecipata e democratica, un’impresa in cui l’inclusione sociale dei soggetti deboli non è un optional, ma la regola.

(in allegato la versione integrale…)
   

 

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